Smetti di copiare gli altri e scopri il tuo talento: tutti i numeri di Viviana Sarcina
Giovane, donna e con un metodo non convenzionale: con la numerologa spiega come la data di nascita riveli talenti e conflitti nel team per migliorare il benessere aziendale

Viviana Sarcina, unisci vendita, comunicazione e numerologia. Come possono i numeri diventare uno strumento pratico per un’azienda?
La numerologia è spesso conosciuta solo per il suo aspetto spirituale, ma chi la capisce sa che è uno strumento potentissimo per estrapolare punti di forza, debolezze e talenti partendo dalla data di nascita. Mi capita spesso di trovare persone laureate in economia, con un ruolo amministrativo, che però possiedono numeri puramente creativi: si sono adattate, ma non è il loro modo di essere. Questo crea malessere, non ci si trova con i colleghi, le mansioni pesano. La numerologia serve a capire chi hai di fronte. Spesso i manager non sanno spiegarmi da cosa siano motivati i loro dipendenti perché non conoscono i loro valori profondi. È un lavoro quasi da psicologo, ma applicabile anche alle vendite: avere gli strumenti per capire il cliente, usare le parole giuste e avere l’orecchio allenato all’ascolto. La chiave è compensare i talenti: lo scopo della numerologia è partire dal tuo talento naturale e usarlo per raggiungere i tuoi obiettivi.
Cosa hai scoperto di te stessa attraverso i tuoi numeri che non avevi mai visto prima?
Ho capito quanto fosse spontanea in me l’ingenuità. Ho iniziato come formatrice giovanissima, a 19 anni, e questa mia ingenuità mi portava spesso a essere “fregata”, a essere troppo leggera nella parte razionale. Grazie alla numerologia ho compreso il mio deficit e ho capito che quell’appoggio che cercavo fuori potevo crearmelo da sola. Per me è stato impattante: mi ha permesso di capire istantaneamente chi avevo di fronte e aiutandomi a raggiungere i risultati lavorativi, trasformando spesso i rapporti di lavoro in amicizia.
Quando la numerologia è diventata una professione?
Per quasi due anni l’ho fatto quasi per gioco, analizzando date di nascita e persino di eventi storici. Un amico astrologo mi spronava a portarlo nelle aziende, ma resistevo: temevo che chiedendo denaro avrei “sporcato” il valore spirituale. Poi ho capito che la professionalità va riconosciuta. Nel momento in cui ho iniziato a fatturare questo servizio, è cambiata la percezione del mio valore, sia mia che dei clienti.
Sei giovane, donna e fai un lavoro con un approccio non convenzionale: come fai a superare i preconcetti di manager o imprenditori che ti trovi davanti?
Essere una donna giovane che lavora con le aziende è una difficoltà aggiuntiva, non lo nego. Per superare i preconcetti faccio esempi pratici: porto un pacchetto di risultati già ottenuti e chiedo la loro data di nascita. Dare input forti su di loro è la prova che il metodo funziona e abbatte il muro dello scetticismo. Però il pregiudizio esiste. Spesso lavoro con un socio uomo che ha 23 anni più di me e un’immagine riconosciuta. Quando ci presentiamo insieme, danno per scontato che io sia l’assistente. A volte stringono la mano a lui e a me no. Deve essere lui a dire “Lei è la mia socia”. Anni fa mi dava fastidio, oggi la prendo sul ridere e osservo le loro facce imbarazzate quando capiscono di aver fatto una brutta figura. Altre volte mi rendo conto che, per avere valore ai loro occhi, devo essere “validata” dal mio socio. Poi però, vedendomi all’opera, riconoscono la forza del mio metodo. È bello vedere lo sforzo che fanno per uscire da questa credenza radicata, un bias che noto sia negli uomini che nelle donne.
Ti è mai capitato che cambiassero strategia dopo aver analizzato i numeri delle persone?
Sì. Una volta sono andata in incognito in un’azienda dove il team non funzionava. Analizzando i numeri, abbiamo individuato la persona a cui veniva più naturale e veloce dirigere e l’abbiamo messa a capo del team, perché non c’era tempo da perdere. Inoltre, ho scoperto che per quel team il valore “famiglia” superava il valore “soldi”. Ho consigliato di cambiare gli incentivi. In due settimane si è creata la squadra e hanno iniziato a performare.
Ti occupi di ambiti che richiedono molta energia verso l’esterno. Come ricarichi le tue batterie?
Ho scoperto che somatizzo lo stress sui piedi. Uso tecniche di scarico con acqua e sale, o la visualizzazione. Ma soprattutto cerco il silenzio o il “rumore bianco”, come il suono del phon in cuffia, per spegnere il cervello. E poi viaggio. Ci siamo disabituati ad ascoltare il corpo: la ricarica parte da lì.
In qualità di Presidente di AIPE, quale visione cerchi di trasmettere ai professionisti?
Per noi “evolutivo” significa creare, con diversi metodi, dei punti di accesso per prendere consapevolezza. La consapevolezza è la chiave del cambiamento che ti porta a evolvere e ad avere la vita che vuoi, non necessariamente solo sul lavoro. Con AIPE vogliamo rendere accessibili strumenti di crescita che spesso sono riservati a pochi, perché la cultura della consapevolezza deve essere un bene comune.
A chi oggi si sente bloccato in una carriera che non lo rappresenta o sente di avere talenti ‘nascosti’ che non riesce a esprimere, quale consiglio daresti?
Evitare il paragone. Il primo problema è guardare chi ha raggiunto un obiettivo e cercare di fare i suoi stessi passi: ma se io non ho i suoi stessi talenti, non riuscirò e mi sentirò frustrata. Bisogna annientare il paragone e concentrarsi sulle proprie potenzialità. Capire cosa ci viene spontaneo: sono creativo e poi arriva il pensiero, o viceversa? Il consiglio è studiare, fare un percorso su di sé per capire la propria sfumatura. Siamo poco abituati all’ascolto. Io stessa, per compensare la mia giovane età, arrivavo a togliermi i piercing, intrecciare i capelli blu al contrario, mettere occhiali finti e un trucco pesante per sembrare più adulta. A Londra, a 22 anni, tenevo corsi di memoria e nessuno batteva ciglio, anzi era segno di creatività; in Italia sentivo di dovermi mascherare. Oggi dico: scoprite chi siete davvero. E se non ci riuscite da soli, venite a farvi leggere i numeri.

Essere una donna giovane che lavora con le aziende è una difficoltà aggiuntiva, non lo nego. Per superare i preconcetti faccio esempi pratici: porto un pacchetto di risultati già ottenuti e chiedo la loro data di nascita. Dare input forti su di loro è la prova che il metodo funziona e abbatte il muro dello scetticismo. Però il pregiudizio esiste. Spesso lavoro con un socio uomo che ha 23 anni più di me e un’immagine riconosciuta. Quando ci presentiamo insieme, danno per scontato che io sia l’assistente. A volte stringono la mano a lui e a me no. Deve essere lui a dire “Lei è la mia socia”. Anni fa mi dava fastidio, oggi la prendo sul ridere e osservo le loro facce imbarazzate quando capiscono di aver fatto una brutta figura. Altre volte mi rendo conto che, per avere valore ai loro occhi, devo essere “validata” dal mio socio. Poi però, vedendomi all’opera, riconoscono la forza del mio metodo. È bello vedere lo sforzo che fanno per uscire da questa credenza radicata, un bias che noto sia negli uomini che nelle donne.
Evitare il paragone. Il primo problema è guardare chi ha raggiunto un obiettivo e cercare di fare i suoi stessi passi: ma se io non ho i suoi stessi talenti, non riuscirò e mi sentirò frustrata. Bisogna annientare il paragone e concentrarsi sulle proprie potenzialità. Capire cosa ci viene spontaneo: sono creativo e poi arriva il pensiero, o viceversa? Il consiglio è studiare, fare un percorso su di sé per capire la propria sfumatura. Siamo poco abituati all’ascolto. Io stessa, per compensare la mia giovane età, arrivavo a togliermi i piercing, intrecciare i capelli blu al contrario, mettere occhiali finti e un trucco pesante per sembrare più adulta. A Londra, a 22 anni, tenevo corsi di memoria e nessuno batteva ciglio, anzi era segno di creatività; in Italia sentivo di dovermi mascherare. Oggi dico: scoprite chi siete davvero. E se non ci riuscite da soli, venite a farvi leggere i numeri.