Danila De Stefano: «Crescere ha senso solo se non perdi il motivo per cui sei nata»
Tra "mental workload" e responsabilità clinica, la fondatrice di Unobravo spiega come l'ascolto di sé sia la chiave per non smarrire il proprio baricentro

Danila De Stefano, la genesi di Unobravo è profondamente legata alla tua esperienza personale come expat in Inghilterra. Oltre al bisogno pratico di una terapia, cosa hai provato in quel momento di isolamento lontano dall’Italia? C’è stato un istante preciso in cui hai capito come potevi aiutare altre persone?
Quando mi sono trasferita a Londra, ho sperimentato sulla mia pelle un momento di difficoltà: avevo bisogno di un supporto psicologico, ma trovarlo in lingua italiana, in breve tempo e a un costo che fosse alla mia portata, sembra un’impresa impossibile. Mi sono resa conto abbastanza velocemente che quello che stavo vivendo non era un caso isolato, ma qualcosa di comune. Ero consapevole delle asimmetrie del nostro settore: da una parte, tanti professionisti decisi a praticare la professione ma con scarsa richiesta, dall’altra tanti expat che ne avevano bisogno. Ho iniziato a offrire i miei servizi attraverso l’autopromozione (pubblicavo post nei gruppi di Expat italiani all’estero), e da lì mi sono resa conto che il problema che avevo vissuto sulla mia pelle era il riflesso di un fenomeno più complesso ed ampio: l’accesso alla salute mentale era ancora troppo complicato, per troppe persone. Da lì, la consapevolezza di come il digitale potesse diventare un abilitatore – agevolando il contatto tra il professionista desideroso di offrire il suo aiuto e il paziente che ne aveva bisogno. Il modello funzionava: vedere le sue potenzialità è stato il passo immediatamente successivo.
Sviluppare un business su un progetto di cura online significa maneggiare una materia fragilissima: la salute mentale delle persone. Come si concilia la necessità di scalare un’azienda e fare numeri con il dovere di garantire un’attenzione quasi artigianale al singolo paziente? Qual è il confine che non supereresti mai in nome della crescita?
Credo che questa sia una delle domande più importanti, perché quando lavori nella salute mentale non puoi permetterti di ragionare sulla crescita come faresti in qualsiasi altro settore. Per me la questione non è mai stata scegliere tra crescita e cura. La questione è capire che tipo di crescita vuoi costruire e a che condizioni. La tecnologia può essere uno strumento straordinario per abbattere barriere di accesso, ma non deve mai prendere il posto della responsabilità clinica, né trasformare la relazione terapeutica in qualcosa di standardizzato. Ci sono confini molto chiari che non andrebbero superati. La qualità della cura, la centralità dei professionisti, la continuità del percorso, l’attenzione alla persona: sono elementi che non possono essere negoziati in nome dei numeri. Crescere ha senso solo se non perdi il motivo per cui sei nata. Altrimenti non stai più innovando: stai semplificando qualcosa che semplice non è.
Nella cultura delle startup si parla spesso di resilienza e forza. Ma tu, come psicologa, sai che la forza passa dalla fragilità. Qual è stata una difficoltà che hai affrontato in questo percorso imprenditoriale e come l’hai trasformata in una risorsa per l’azienda?
Nel mondo startup si usa spesso la parola resilienza come se coincidesse con la capacità di non fermarsi mai, di essere sempre forti, sempre performanti. Io credo invece che anche nel percorso imprenditoriale attraversare dei momenti di vulnerabilità giochi un ruolo importante, perché ti costringe a uscire dalla zona di comfort e attiva un reale scatto di crescita. La prima difficoltà che abbiamo incontrato è stata quella di lavorare su un tema che, ancora oggi, porta con sé tantissimo stigma. È più facile costruire un servizio che ha erogato 8 milioni di sedute che cambiare il modo in cui una società guarda alla salute mentale. E questo lo abbiamo sentito molto, soprattutto all’inizio, quando ai pregiudizi sulla terapia si sommavano quelli sulla terapia online. Ma proprio questa difficoltà ci ha costretto a essere molto chiari. A non rincorrere scorciatoie. A costruire un progetto che non fosse solo accessibile, ma anche serio, solido, rispettoso della complessità di ciò di cui stavamo parlando. In questo senso, anche l’ostacolo è diventato una forma di chiarezza.
Sei passata in pochissimo tempo dallo studio clinico ai tavoli dei grandi investitori. Ti è mai capitato di sentirti “fuori posto” in quel mondo fatto di metriche e finanza, o è stata proprio la tua sensazione di essere outsider la tua forza più grande per non perdere l’umanità del progetto? Hai mai percepito di essere trattata diversamente perché donna?
È stato sicuramente un passaggio importante, anche perché si passa da un contesto in cui il linguaggio è quello della cura a un contesto in cui il linguaggio è quello delle metriche, della crescita, degli investimenti. Più che sentirmi fuori posto, ho sentito la responsabilità di non perdere il mio baricentro. Perché quando lavori in un ambito come questo, il rischio non è tanto quello di “non avere dei buoni numeri”, quanto di iniziare a guardare solo quelli. Da questo punto di vista, essere un po’ outsider è stato utile. Mi ha aiutata a tenere insieme due dimensioni che spesso sono separate: visione imprenditoriale e responsabilità clinica. Per me non sono mai state divise: la mia forza era quella di conoscere bene quello di cui parlavo, perché, ancor prima di essere un’imprenditrice, sono una psicologa. Sul fatto di essere donna, credo che il tema non possa essere rimosso, perché esiste una dimensione culturale che ancora pesa. Però credo anche che oggi ci sia uno spazio crescente per leadership che non imitano modelli preesistenti, ma provano a costruire un modo diverso di stare nei ruoli di responsabilità.
Oggi migliaia di psicologi lavorano grazie alla tua intuizione e migliaia di pazienti si affidano a loro. Come gestisci il peso di questa responsabilità la sera, quando chiudi il computer? C’è un rituale o un pensiero che ti aiuta a “staccare” dalla consapevolezza di essere diventata un punto di riferimento per il benessere di così tante persone?
La responsabilità si sente, ed è giusto che sia così. Quando lavori in un ambito che riguarda la salute mentale delle persone, non puoi raccontartela come se fosse una responsabilità astratta. Allo stesso tempo, penso sia importante tenere fermo un punto: il lavoro terapeutico appartiene ai professionisti. Il mio compito non è sostituirmi a quel lavoro, ma costruire le condizioni perché possa avvenire in modo serio, accessibile, rispettoso, di qualità. Lo abbiamo fatto come Unobravo, attraverso la scelta di diventare un Centro Clinico autorizzato. Avremmo potuto non farlo, ma per noi rappresentava dare concretezza a quel senso di responsabilità e all’attenzione che ponevamo in ogni singolo processo. Non credo molto nell’idea di “staccare” come interruttore netto, anche perché quando un progetto nasce da qualcosa di così personale è difficile separare tutto in modo rigido. Credo più nell’idea di equilibrio, che non è perfetto e non è stabile ma, come spesso accade, varia nel tempo.
Se togliessimo la giacca da CEO e il camice da psicologa, chi è Danila oggi? Qual è quella passione o quel piccolo piacere quotidiano che non c’entra nulla con la psicologia o con il lavoro, ma che ti fa sentire profondamente te stessa?
Faccio fatica a pensarmi in modo completamente separato da quello che faccio, perché Unobravo non è nato da un’idea astratta, ma da un’esperienza molto vissuta, molto concreta, che ha incrociato il mio percorso personale e professionale. Però, al di là dei ruoli, credo di restare una persona profondamente curiosa. Mi interessa capire come stanno le persone, come cambiano i bisogni, come evolve il nostro modo di stare al mondo e di stare in relazione. Continuo ad entusiasmarmi, davanti alle innovazioni tecnologiche. Mi ricarico in mezzo alle persone: mi piace trascorrere tempo con gli amici, cucinare con loro e per loro. Di recente, ho iniziato anche a “scalare” sui wall e non solo quando faccio impresa.
Come trovi l’equilibrio vita lavoro?
Non credo molto all’idea di equilibrio come formula perfetta. Penso sia qualcosa di dinamico, che cambia nelle fasi della vita e anche nei momenti del lavoro. Per me significa soprattutto provare a restare consapevole. Capire quando stai chiedendo troppo a te stessa, quando stai perdendo spazio per respirare, quando hai bisogno di rimettere ordine. Non sempre ci si riesce bene, ma credo che il punto non sia la perfezione: sia l’ascolto, che ci abilita ad agire a tutela di noi stessi.
Pensi che il concetto di cura sia ancora legato alla donna, o si sta trasformando qualcosa?
Storicamente la cura è stata molto associata al femminile, e in parte questa lettura è ancora presente. Però credo che qualcosa si stia muovendo. Ricordo che, all’inizio del mio percorso, ero stata invitata ad un evento dedicato all’imprenditoria femminile: oggi come allora, mi ha stupito riscontrare che tutte le donne che “ce l’avevano fatta” dichiaravano di esserci riuscite perché avevano avuto la fortuna di aver potuto delegare al/alla proprio/a partner parte del carico casalingo. Quello che, per le generazioni più mature, forse non è scontato, oggi è qualcosa che interiorizziamo sempre di più – ed è un bene. Ci aiuta a riconoscere come il “mental workload”, tradizionalmente associato al sesso femminile, possa redistribuirsi tra tutti i componenti del nucleo familiare.
Credi che l’essere donna abbia dato una spinta in più alla tua vita e al tuo progetto lavorativo?
Non so se direi che l’essere donna abbia dato “una spinta in più” in senso lineare. Direi piuttosto che inevitabilmente porta con sé più consapevolezza nel leggere certe dinamiche. Quando lavori su temi come la salute mentale, l’accesso, la cura, il peso degli stereotipi culturali, è evidente che anche il genere incrocia il modo in cui le persone vivono sé stesse, la propria fragilità, il proprio diritto a chiedere aiuto. Più che pensarlo come un vantaggio da rivendicare, lo penso come una prospettiva che ti rende forse ancora più attenta alla complessità delle persone e dei contesti.
N.M.
Vuoi conoscere altre storie di donne eccezionali: scoprile su Storie di donne.

Quando mi sono trasferita a Londra, ho sperimentato sulla mia pelle un momento di difficoltà: avevo bisogno di un supporto psicologico, ma trovarlo in lingua italiana, in breve tempo e a un costo che fosse alla mia portata, sembra un’impresa impossibile. Mi sono resa conto abbastanza velocemente che quello che stavo vivendo non era un caso isolato, ma qualcosa di comune. Ero consapevole delle asimmetrie del nostro settore: da una parte, tanti professionisti decisi a praticare la professione ma con scarsa richiesta, dall’altra tanti expat che ne avevano bisogno. Ho iniziato a offrire i miei servizi attraverso l’autopromozione (pubblicavo post nei gruppi di Expat italiani all’estero), e da lì mi sono resa conto che il problema che avevo vissuto sulla mia pelle era il riflesso di un fenomeno più complesso ed ampio: l’accesso alla salute mentale era ancora troppo complicato, per troppe persone. Da lì, la consapevolezza di come il digitale potesse diventare un abilitatore – agevolando il contatto tra il professionista desideroso di offrire il suo aiuto e il paziente che ne aveva bisogno. Il modello funzionava: vedere le sue potenzialità è stato il passo immediatamente successivo.
Nel mondo startup si usa spesso la parola resilienza come se coincidesse con la capacità di non fermarsi mai, di essere sempre forti, sempre performanti. Io credo invece che anche nel percorso imprenditoriale attraversare dei momenti di vulnerabilità giochi un ruolo importante, perché ti costringe a uscire dalla zona di comfort e attiva un reale scatto di crescita. La prima difficoltà che abbiamo incontrato è stata quella di lavorare su un tema che, ancora oggi, porta con sé tantissimo stigma. È più facile costruire un servizio che ha erogato 8 milioni di sedute che cambiare il modo in cui una società guarda alla salute mentale. E questo lo abbiamo sentito molto, soprattutto all’inizio, quando ai pregiudizi sulla terapia si sommavano quelli sulla terapia online. Ma proprio questa difficoltà ci ha costretto a essere molto chiari. A non rincorrere scorciatoie. A costruire un progetto che non fosse solo accessibile, ma anche serio, solido, rispettoso della complessità di ciò di cui stavamo parlando. In questo senso, anche l’ostacolo è diventato una forma di chiarezza.
La responsabilità si sente, ed è giusto che sia così. Quando lavori in un ambito che riguarda la salute mentale delle persone, non puoi raccontartela come se fosse una responsabilità astratta. Allo stesso tempo, penso sia importante tenere fermo un punto: il lavoro terapeutico appartiene ai professionisti. Il mio compito non è sostituirmi a quel lavoro, ma costruire le condizioni perché possa avvenire in modo serio, accessibile, rispettoso, di qualità. Lo abbiamo fatto come Unobravo, attraverso la scelta di diventare un Centro Clinico autorizzato. Avremmo potuto non farlo, ma per noi rappresentava dare concretezza a quel senso di responsabilità e all’attenzione che ponevamo in ogni singolo processo. Non credo molto nell’idea di “staccare” come interruttore netto, anche perché quando un progetto nasce da qualcosa di così personale è difficile separare tutto in modo rigido. Credo più nell’idea di equilibrio, che non è perfetto e non è stabile ma, come spesso accade, varia nel tempo.
Storicamente la cura è stata molto associata al femminile, e in parte questa lettura è ancora presente. Però credo che qualcosa si stia muovendo. Ricordo che, all’inizio del mio percorso, ero stata invitata ad un evento dedicato all’imprenditoria femminile: oggi come allora, mi ha stupito riscontrare che tutte le donne che “ce l’avevano fatta” dichiaravano di esserci riuscite perché avevano avuto la fortuna di aver potuto delegare al/alla proprio/a partner parte del carico casalingo. Quello che, per le generazioni più mature, forse non è scontato, oggi è qualcosa che interiorizziamo sempre di più – ed è un bene. Ci aiuta a riconoscere come il “mental workload”, tradizionalmente associato al sesso femminile, possa redistribuirsi tra tutti i componenti del nucleo familiare.