Francesca Chialà: l’artivismo come missione per far accadere le cose

Il racconto di come l'arte pubblica e l'ibridazione tra sport e cultura possano abbattere i muri e riqualificare territori difficili

Francesca Chialà è un’artista sui generis. Manager culturale con un passato nel CDA del Teatro dell’Opera di Roma e collaboratrice di Domenico De Masi, ha scelto la via dell’indipendenza per trasformare l’arte in uno strumento di attivismo sociale. Dalle periferie di Roma a Venezia, fino a Osaka, la sua è un’economia del dono che mette al centro il pianeta, il corpo e la responsabilità collettiva.

Hai un background da manager culturale di alto livello ma ti definisci una persona abituata a “far cadere le cose”. Come si conciliano queste due anime?

Francesca Chialà 01Ho iniziato 30 anni fa come manager culturale con Domenico De Masi, occupandomi del Ravello Festival. Questa esperienza mi ha avvicinata a tutte le arti. Nel 2013 sono stata nominata la più giovane donna nel CDA del Teatro dell’Opera di Roma; sono stata l’unica riconfermata grazie alle mie competenze, non alla politica. Sono sempre stata una donna indipendente, una libera professionista cercata dalle aziende. Il mio concetto di “giveback” nasce dalle mie radici: vengo da una famiglia contadina pugliese dove la condivisione era la base della cultura.
Ti definisci spesso “Artivista”. In che modo l’ibridazione tra arti e sport incide sul cambiamento sociale più dell’arte tradizionale?
Abito a Rione Monti e nel 2013, vedendo due metri di immondizia sopra il tetto della metropolitana, ho deciso di trasformare lo spazio in un progetto di arte contemporanea che educasse i cittadini: se un luogo non diventa un’opera d’arte, la gente lo lascia sporco. Da lì è nata la Festa delle 7 Arti nel 2018, coinvolgendo scherma paralimpica, musica e danza. Abbiamo fatto concerti tra Italia e Terra Santa per la Pace. A Betlemme abbiamo suonato in un ospedale pediatrico e in una scuola per bambini sordi gestita da suore. Lì ho capito la potenza del corpo: una bambina sorda ha appoggiato le mani su una viola e ha iniziato a ballare sentendo le vibrazioni dello strumento. È stato emozionante. Lavorare sul corpo scatena una parte emotiva pazzesca. In quel momento ho tirato fuori la mia parte artistica: prima promuovevo la cultura degli altri, ora porto la vita nell’arte. L’artivismo vero non è l’arte che guida, ma l’attivismo: io non faccio solo riflessione, faccio azione. Uso l’arte e lo sport come strumenti per progetti reali, come quando nel 2021 abbiamo salvato il Mitreo di Corviale o quando ho dipinto tele di 120 metri con i bambini ucraini sulla riva del Tevere per trovare fondi per loro e per un’associazione che doveva acquistare un’imbarcazione a remi per le donne vittime del cancro al seno.

Ci spieghi la genesi e il significato del progetto della “Donna Vitruviana”?

Io faccio solo arte pubblica perché credo nell’economia del dono. Gli artisti vengono gratis perché io do l’esempio lavorando gratis e mettendoci i miei soldi. Siccome la mia attività è iniziata col corpo, ho creato questa figura femminile in vetro di Murano e poi in mosaico con i mosaicisti di Spilimbergo. L’opera è ora in Piazza Transalpina a Gorizia, simbolo della Capitale Europea della Cultura, ma il progetto è farle raggiungere altre capitali europee. Non vogliamo tenerle in un caveaux, devono restare spazi di socialità per questo, lo dico in anteprima, l’opera resterà visibile fino a luglio.

A Rogoredo hai lavorato in un contesto di forte fragilità sociale. Come può un murale diventare uno strumento di riscatto?

Il progetto nasce dall’impegno di un’azienda, Saipem, che ha deciso di fare qualcosa per la sua comunità. Qui è emerso il mio ruolo di sociologa: ho lavorato con i ragazzi di una scuola di Corvetto per elaborare le parole che poi sono state dipinte da street artisti locali. Ogni fermata di questa “metro ideale” nel tunnel richiama concetti come innovazione e sostenibilità. Se un posto è sporco, attira degrado; un corridoio bello, invece, invita le persone a riappropriarsi dello spazio. Il mio obiettivo è che, dopo le Olimpiadi, quel corridoio non venga imbrattato perché reso vivo da performance artistiche continue. L’arte deve accelerare il processo “all’indietro” per riportarci verso un equilibrio umano e del pianeta.

Milano Murale sottopasso Rogoredo

In quell’occasione hai pronunciato un discorso sulla bellezza molto toccante. Ce lo racconti?

Ho voluto sfidare lo stereotipo delle periferie. A Milano ho trovato scuole tecniche d’eccellenza che non esistono altrove. La bellezza è accoglienza. Se rendi un luogo bello, crei una comfort zone per i cittadini e togli spazio allo spaccio e alla droga. Il mio è un mecenatismo che parte dagli artisti: finanzio la mia arte pubblica perché la Pubblica Amministrazione spesso non ha i fondi. È un dono per far sì che la bellezza diventi un presidio di legalità e dignità.

Nelle tue performance il corpo non “misura” più lo spazio come in Leonardo, ma sembra volerlo abbracciare. Qual è il messaggio filosofico dietro questo ribaltamento?

L’umanesimo metteva l’uomo al centro e abbiamo finito per sfruttare la terra. Oggi quella visione va ribaltata: ho messo l’uomo in secondo piano perché a salvare il pianeta sarà il principio femminile, che va coltivato sia nelle donne che negli uomini. È il principio di chi protegge, accoglie e non sfrutta la terra. Ho scelto la posizione dell’albero perché rappresenta l’equilibrio tra Occidente e Oriente. È un salto di paradigma: al centro c’è il pianeta e l’universo, non l’uomo o la donna. È un omaggio a Leonardo che capovolge la visione stereotipata per salvare il mondo attraverso l’equilibrio tra i generi.

Come influisce la tua formazione da sociologa sulla tua fase creativa? Scegli prima il problema o l’immagine?

Sempre il tema sociale. La mia creatività si attiva solo se c’è un tema reale da risolvere. Non mi interessa la visibilità fine a se stessa; è la dimensione sociale che mi guida. Spesso l’arte pubblica ha bisogno di figure come la mia perché le amministrazioni non hanno fondi.

N.M.

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