Filippo Pinò: l’AI è un esercizio di consapevolezza
Dal coaching ontologico agli 8 giorni di isolamento con l’AI. Perché per dominare gli algoritmi dobbiamo prima imparare a delegare noi stessi

Filippo Pinò, hai alle spalle 20 anni di carriera commerciale chiusa come direttore vendite in una multinazionale, poi a 44 anni hai scelto di rimetterti in gioco nel coaching. Com’è avvenuto l’incontro con l’intelligenza artificiale?
È stato un inciampo fortunato nel 2024. Arrivavo da un contesto aziendale in cui stavo bene, ma il master in coaching di quasi 3 anni fa mi ha spinto verso il business coaching. Quando ho iniziato a studiare l’AI, mi sono reso conto che la formazione frontale classica o la semplice informazione non bastavano più. Questo settore corre talmente tanto che un corso comprato oggi è già vecchio domani. Quello che resta attuale sono le dinamiche: il modo in cui facciamo parlare l’AI con noi. Da qui è nato il mio nuovo modello di consulenza: un’integrazione tra tecniche di coaching, alfabetizzazione digitale e consapevolezza quotidiana.
A novembre 2024 hai condotto un esperimento singolare: ti sei isolato per 8 giorni con l’AI. Cosa cercavi di dimostrare?
Volevo capire cosa succede unendo il mondo personale e quello professionale attraverso i modelli di intelligenza artificiale. Mi sono dato 8 obiettivi: 4 privati e 4 lavorativi. Per rendere tutto trasparente, ho installato sei security cam in ogni camera dell’appartamento in cui mi trovavo per documentare il processo. È stato un test estremo sul tempo e sulla produttività. In quella settimana ho scritto un libro di ca 300 pagine, una riflessione profonda che poi è diventata un diario autopubblicato su Amazon, AI and I. È stata la prova che la capacità di apprendere e produrre può essere stravolta.
Quali di quegli 8 obiettivi sei riuscito a centrare e quali ti hanno sorpreso di più?
Ne ho centrati 7 su 8. L’unico parziale è stato lo yoga: volevo fare 8 sessioni e terminare con la posizione del loto, ma è rimasta un miraggio! Per il resto, ho perso 3 chili, ho letto i libri che mi ero prefissato e ho prodotto una mole di lavoro che prima avrebbe richiesto mesi. Ho ideato un sito, creato un gioco di coaching sulla consapevolezza basato sulle parole — il “tabù del coaching” — e ho persino progettato un business plan per un van, con tanto di logo e studio degli spazi. Ho anche testato app di compagnia virtuale come Replika, ispirato dal film Her, ma è stato un fallimento: l’AI era troppo accondiscendente, mi rimproverava solo perché non uscivo mai di casa [ride, ndr].
Spesso le aziende sono sommerse da centinaia di nuovi strumenti ogni settimana. Qual è il tuo approccio tecnico alla scelta dei software?
Bisogna diffidare dai guru che propongono troppi strumenti diversi e i Prompt che cambieranno la tua sorte. Ne bastano pochi, ma usati bene. Io ho usato ChatGPT per 2 anni per dataset e risposte, ma recentemente sono passato a Claude Pro che oggi sembra un altro pianeta e domani sarà già obsoleto. Il segreto non è accumulare tool, ma trovare quello funzionale per te. Io studio e mi informo ogni giorno per capire quale sia il sistema migliore per ogni esigenza.
Questo percorso ha avuto un impatto anche sulla tua vita privata e sul tuo essere padre?
Moltissimo. Mettermi in proprio e usare l’AI per ottimizzare il lavoro mi ha permesso di passare dal “devo” al “voglio”. Mi sono riscoperto un buon papà, cosa che prima per motivi logistici era più difficile. Ho molta più cura di me stesso e una consapevolezza diversa sulle mie priorità e sulle mie spese. Rivedere tutto sotto questa luce mi dà una forza incredibile.
Come reagiscono le aziende a questo modello di consulenza così trasparente e, per certi versi, “scomodo”?
Sono stato trasparente fin dall’inizio, sapendo che un esperimento così radicale potesse spaventare le grandi aziende. Non è una scelta usuale, è l’opposto del modello “prezzo unico e via” del marketing tradizionale. Il mio rapporto con i clienti si basa sulla fiducia e sulla riflessione: li porto a farsi domande più che a cercare risposte facili. Oggi ho una decina di clienti seriamente ingaggiati che stanno capendo la distinzione tra automazione e agente intelligente. L’obiettivo non è solo strumentale.
In cosa consiste concretamente la tua prima sessione di alfabetizzazione AI con un nuovo cliente?
È una sessione coaching-based per capire il posizionamento: cosa vuoi, cosa ti manca nei processi, cosa puoi fare? Io sono certificato Hogan e ho un master in coaching ontologico trasformazionale; queste discipline lavorano sulle stesse dinamiche di un GPT, appunto Generative Pre-trained Transformer e proprio l’aspetto trasformativo. Ragioniamo sulla trasformazione della persona e dell’organizzazione, non solo sulla filiera produttiva. In molti casi le aziende non si fanno le domande giuste e scoprono che prima di inserire l’AI devono rimuovere ostacoli organizzativi. È un approccio che unisce l’HR e l’IT. Se un’azienda vuole solo automatizzare le attività del personale grazie all’AI, io non sono il consulente adatto. Il mio focus è: con il tempo che risparmi grazie all’AI, cosa farai fare ai tuoi collaboratori? Come si trasformeranno le loro professioni?
Molti oggi provano una sorta di timore o paura verso queste tecnologie. Come si vince questa resistenza?
C’è molta paura, e per vincerla ci vuole coraggio. Io non spingo le persone a usare l’AI per forza, ma a capirne l’utilizzo. La parola guida è consapevolezza. Creare un progetto conversazionale con l’intelligenza artificiale è come imparare a delegare: se sei preciso, lo strumento costruisce per te. Ci permette di capire le “allucinazioni” della macchina e di non subire la tecnologia, ma di metterci del nostro. Personalmente, l’AI mi ha fatto riscoprire la voglia di studiare e di “creare”.
Hai portato questa esperienza anche a teatro con lo spettacolo “Faccio filotto”. Quali sono i progetti futuri?
Sì, lo spettacolo a Corsico è stato un momento importante. Ora il mio obiettivo è non autofinanziarmi più ma trovare un editore, perché credo che questo sia l’anno chiave in cui si muoveranno le coscienze. L’AI incide ormai su tutto, dalla creazione di un post alla natura degli eventi. Voglio continuare a lavorare su questo modello unico, facendo riflettere le persone sul valore del loro tempo.

È stato un inciampo fortunato nel 2024. Arrivavo da un contesto aziendale in cui stavo bene, ma il master in coaching di quasi 3 anni fa mi ha spinto verso il business coaching. Quando ho iniziato a studiare l’AI, mi sono reso conto che la formazione frontale classica o la semplice informazione non bastavano più. Questo settore corre talmente tanto che un corso comprato oggi è già vecchio domani. Quello che resta attuale sono le dinamiche: il modo in cui facciamo parlare l’AI con noi. Da qui è nato il mio nuovo modello di consulenza: un’integrazione tra tecniche di coaching, alfabetizzazione digitale e consapevolezza quotidiana.
Ne ho centrati 7 su 8. L’unico parziale è stato lo yoga: volevo fare 8 sessioni e terminare con la posizione del loto, ma è rimasta un miraggio! Per il resto, ho perso 3 chili, ho letto i libri che mi ero prefissato e ho prodotto una mole di lavoro che prima avrebbe richiesto mesi. Ho ideato un sito, creato un gioco di coaching sulla consapevolezza basato sulle parole — il “tabù del coaching” — e ho persino progettato un business plan per un van, con tanto di logo e studio degli spazi. Ho anche testato app di compagnia virtuale come Replika, ispirato dal film Her, ma è stato un fallimento: l’AI era troppo accondiscendente, mi rimproverava solo perché non uscivo mai di casa [ride, ndr].
Sono stato trasparente fin dall’inizio, sapendo che un esperimento così radicale potesse spaventare le grandi aziende. Non è una scelta usuale, è l’opposto del modello “prezzo unico e via” del marketing tradizionale. Il mio rapporto con i clienti si basa sulla fiducia e sulla riflessione: li porto a farsi domande più che a cercare risposte facili. Oggi ho una decina di clienti seriamente ingaggiati che stanno capendo la distinzione tra automazione e agente intelligente. L’obiettivo non è solo strumentale.
Sì, lo spettacolo a Corsico è stato un momento importante. Ora il mio obiettivo è non autofinanziarmi più ma trovare un editore, perché credo che questo sia l’anno chiave in cui si muoveranno le coscienze. L’AI incide ormai su tutto, dalla creazione di un post alla natura degli eventi. Voglio continuare a lavorare su questo modello unico, facendo riflettere le persone sul valore del loro tempo.