Dagli abiti su misura in Montenapoleone alla Regina Teodolinda: l’arte dell’ago di Adelia Carzaniga

89 anni compiuti a gennaio e una vita passata tra le grandi sartorie milanesi e i costumi del corteo storico: «Resto sola a cucire, ma finché posso non mi fermo»

Adelia Carzaniga 01

Adelia Carzaniga, lei ha compiuto 89 anni lo scorso 17 gennaio e la sua storia con l’ago comincia da lontanissimo. Ricorda il suo primo approccio con questo mondo?

Ho sempre avuto la passione dell’ago. Vivevo con i nonni e la zia faceva i centri all’uncinetto; io intanto facevo i vestitini alla mia bambola. Mia mamma aveva un’amica, Gina, che lavorava nelle sfilate. Dopo tanto tempo lei ha conosciuto un uomo e ha creato una sartoria in via Montenapoleone a Milano. Ha invitato tutte le sorelle di mia mamma a lavorare con lei e così sono arrivata anche io. Ero la “picinina”, quella che mandavano in giro per commissioni.

Com’era la sua vita da giovanissima in quella Milano delle grandi sartorie?

La mia infanzia mi è piaciuta tanto. Andare in giro da sola mi piaceva: mi mandavano con il tesserino del tram e mi dicevano di sedermi vicino al bigliettaio. Gli dicevo: «Io devo uscire in piazzale Loreto». In Montenapoleone avevamo uno spazio grande, pian piano siamo arrivate a essere in 30 persone. Avevamo una bella clientela: la contessa, la signora Ambrosoli… ricordo le scatole tutte belle imbottite di carta. Io andavo a prendere cotone e accessori in giro, ma quando avevo un’ora libera facevo le spalline. Dopo 2 anni mi sono seduta alla “fantasia leggera”: facevamo abiti da mattina, sera e pomeriggio. Avevo una maestra bravissima che mi metteva fretta e ho imparato bene.

Dalle sartorie di lusso di Milano, dove ha lavorato anche vicino a Mike Bongiorno, è arrivata poi a collaborare con grandi nomi come Lorenzo Riva. Com’è stato quel passaggio?

Ci eravamo trasferite nell’immobile dove abitava Mike Bongiorno. Poi mi sono sposata a 22 anni e mi sono trasferita a Lissone. Facevo avanti e indietro. Le mie zie avevano aperto una sartoria a San Rocco di Monza, avevamo il salottino di prova in casa loro. Siccome a gennaio in sartoria c’era poco da fare, sono andata da Lorenzo Riva dove lavorava già una mia amica. Mi ha preso subito. Sono stata lì un paio di anni, non voleva lasciarmi andare. Lì ho imparato il rigore: su tutte le stoffe va tirato il dritto filo. Facevamo abiti per signore di Londra, avevamo il manichino con le loro misure e spedivamo i vestiti.

Come ha conciliato il lavoro con il seguire i suoi figli?

Ho due figli maschi, uno del 1960 e uno del 1966. Avevo l’appoggio di mia mamma e mio papà che mi tenevano i bambini. Non li ho mai trascurati, li vedevo la sera o quando portavo a casa il lavoro da finire; ero presente per la colazione e per vestirli. Poi, quando è nato il primo nipote, ho deciso di stare a casa per curare i piccoli. Solo quando il nipote è diventato grande ho ricominciato a cucire sul serio per la nostra sartoria e per la Rievocazione Storica Monza. Ancora oggi sto cucendo l’abito per mio nipote per la sfilata, mentre l’altro indossa l’abito che portava mio figlio. È una tradizione di famiglia: il mio primogenito e sua moglie sfilano sempre nel corteo, sia con gli abiti belli che con quelli rustici.

Parliamo della Rievocazione Storica. Lei è l’autrice di abiti incredibili, come quello della Regina Teodolinda. Ci racconta come nasce un vestito così prezioso?

3 anni fa, con la signora Meregalli, abbiamo deciso di fare un abito nuovo per la Regina. Siamo andate insieme a scegliere il tessuto, le passamanerie, le pietre. Poi ci siamo trovate nel Duomo di Monza per studiare la Cappella con la Corona Ferrea e il dipinto di Teodolinda. Ho montato le pieghe tutte a mano, ho tagliato l’abito, l’ho girato col ferro caldo e abbiamo messo le pietre. C’è una sottoveste bordeaux. Bisogna stare attenti ai dettagli storici: ad esempio, le perle sono venute dopo il 1400, quindi Teodolinda non le aveva. Guardo i libri, vedo le opere e copio per restare in tema. Daniela, la nostra presidente, va a occhi chiusi con me per abiti e accessori.

Quanto tempo richiede la creazione di questi abiti così complessi?

Io lavoro come si faceva un tempo. Non posso fare un abito in una settimana, ci vuole tempo. Sto finendo ora un abito di sana pianta per mio nipote, uno dei Visconti. Per quello che indossava mio figlio, mio marito lo ha dipinto a mano davanti, mi ha fatto lo stemma. Sono abiti complicati, con maniche che fanno da mantello. Metto tutto a mano, anche le passamanerie dell’abito della Regina. Cucio un po’ a macchina, ma il resto è manuale. Comincio a febbraio con le riparazioni; un abito non si fa in un giorno.

Lei ha accennato al fatto che oggi è rimasta quasi sola in questa missione. Qual è la situazione della sartoria della Rievocazione?

Purtroppo un tempo eravamo in tanti, c’erano tre sarte e le tappezziere che ci regalavano il velluto per gli abiti semplici. Ora siamo rimaste in quattro: io, Daniela e due ragazze che aiutano ma non sanno cucire. Io ho quasi 90 anni e spero di aiutare il più possibile perché mi piace, ma non c’è più ricambio. Se proprio va bene mi fanno un orlo, ma sono rimasta sola a tagliare e montare. Quest’inverno voglio fare un abito nuovo per una ragazzina perché se lo merita, è molto educata, ma dopo di me temo non ci sarà più nulla, se non accorciature o allungature.

Nonostante l’età, la vediamo ancora attivissima, anche per eventi collaterali come la “Giornata dei fiori” o le feste nelle case di riposo. Dove trova questa energia?

Mi piace pescare nei ricordi. Per la festa della donna in una casa di riposo, dove volevano vestirsi da contadini, sono andata a cercare gli zoccoletti che faceva mio fratello e le camicette di lino ricamate. Ho trovato nel locale di mio marito a Lissone due belle gonne con il grembiule, già pronte. Il 10 maggio le useremo. Mi piace far star bene le “vecchiette”, anche se hanno la mia età!

Per concludere, Adelia: crede che l’essere donna le abbia dato una spinta in più in questa vita così piena di bellezza e fatica?

Sì, credo di sì. La passione per l’ago, la cura per i figli che non ho mai trascurato e la voglia di fare ancora tanto per i miei nipoti e per la mia città… è una forza che viene da dentro. Finché gli occhi e le mani mi aiutano, io continuo a cucire la nostra storia.

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