Nata a Cagliari, ma milanese d’adozione da quando aveva 25 anni, Annalisa Pirastru ha dedicato 42 anni della sua vita alla scuola come insegnante. Ma la lezione più grande l’ha imparata (e oggi la spiega) sulle acque dell’Idroscalo. Sopravvissuta a un tumore al seno, oggi è la Presidente delle Pink Amazons, la squadra di Dragon Boat che riunisce donne operate al seno.
Annalisa, molti associano la pensione al riposo. Tu invece sembri aver accelerato: sport, presidenza, mostre. È un voler “mordere la vita”?
Dopo 42 anni di scuola, al pensiero di andare in pensione ero molto spaventata: lasciavo una professione che ho amato tanto e che mi ha appassionata fin da bambina. Adesso posso dire che il lavoro mi manca, ma allo stesso tempo sono serena. Posso dedicare più tempo alla mia famiglia e alla mia nipotina, e posso dedicarmi alle mie attività: lo sport, l’associazione delle Pink Amazons, il teatro, il cinema, le mostre. Posso finalmente usare il mio tempo come meglio desidero.
Spesso la diagnosi costringe in una posizione di passività. Quando hai preso in mano la pagaia per la prima volta cos’hai provato?
“Paziente” è il termine esatto, perché devi attendere: per le cure, per le risposte. La mia diagnosi è del 2015, l’anno in cui ho scoperto “l’intruso”, così lo chiamo io. Il Dragon Boat l’ho scoperto grazie alle amiche di Cagliari, dove c’erano già donne con tumore che lo praticavano. Ho trovato la squadra all’Idroscalo ma ho dovuto aspettare un anno intero dopo la mastectomia e le terapie prima di poter salire in barca. Nel giugno 2016, però, ho potuto “guardare di nuovo a oriente per vedere risorgere il sole dietro le nuvole”: sono salita in barca e sono diventata un’amazzone a tutti gli effetti. A differenza delle amazzoni guerriere che si tagliavano un seno per tirare meglio con l’arco, noi usiamo la pagaia per cavalcare il drago. È un’emozione fortissima ancora adesso, un balsamo potente che riappacifica mente e corpo. È provato scientificamente dal 1996 (dal dottor McKenzie) che pagaiare contrasta il linfedema al braccio per chi ha subito operazioni che arrivano all’ascella, ma l’importanza è soprattutto psicologica: il gruppo dà fiducia a chi ha vissuto un trauma.
Il Dragon Boat si basa sulla sincronia. C’è un episodio che ricordi in particolare?
È vero che la barca avanza con il contributo di tutte, anche se non sempre all’unisono perché ci sono le esperte e le nuove arrivate. Ma per noi l’importante è restare vicine. La metafora per noi è il superamento del cancro, ma quando vediamo le boe sappiamo che abbiamo un traguardo sportivo da raggiungere. Non siamo agoniste, diamo il meglio, ma se arriviamo ultime poco importa.
Ricordo il 2018: io non stavo bene e sono andata all’Idroscalo solo come spettatrice. Le mie compagne sono state terapeutiche: mi hanno fatta salire in barca e hanno pagaiato loro per me. Lì capisci che condividiamo amicizia, accoglienza, solidarietà e gioia di vivere.
Qual è la sfida più grande nel guidare un gruppo con un vissuto così forte?
Sono entrata come socia, poi segretaria e ora sono presidente. La sfida più dura è stata il Covid, che ci ha tolto la barca e il gruppo. Ho cercato di tenere alto il morale con le videoconferenze e, appena possibile, siamo tornate con canoe monoposto e mascherine. Ma la sfida vera è gestire il dolore: purtroppo capita di perdere delle compagne. Ne abbiamo perse 4, che ricordiamo sempre con la “cerimonia dei fiori”, un rito che si fa in tutto il mondo. Non è facile, ma io sono sarda: mi sento forte come le rocce granitiche della mia terra. Cerco di non mollare mai per essere un sostegno per loro, credendo fermamente nella sorellanza che ci unisce.
Hai posato per la mostra “Io ero, sono, sarò”, mettendoti a nudo. Cosa hai provato davanti all’obiettivo?
Quando me lo proposero nel 2016 ero appena uscita dalle terapie, portavo la parrucca ed ero scettica. Poi ho accettato di mettermi in gioco nel 2017, ho posato con i miei veri capelli che erano ricresciuti. Grazie alla delicatezza della fotografa Silvia Amodio e all’uso di un velo, ho giocato sul set con le altre per raccontare il prima, il durante e il dopo della malattia. La mostra è andata a Ibiza, al Castello Sforzesco e in giro per l’Italia. Ero consapevole che quegli scatti avrebbero aiutato donne (e uomini, perché anche loro possono incappare nel tumore alla mammella) a capire l’importanza della prevenzione. Da poco abbiamo fatto un altro shooting, ma per ora è top secret.
Ti senti una donna diversa rispetto a prima della diagnosi dell’”intruso”?
Per certi aspetti sì, perché ho fatto cose che prima della diagnosi non avrei mai pensato di fare: mostre, interviste, sfilate di moda, persino pagaiate sulla neve io che non ho mai sciato! Ho partecipato a convegni come relatrice sull’importanza degli stili di vita. Se tutto va bene, nel 2026 parteciperò ai mondiali in Francia.
Se potessi tornare al giorno della diagnosi, cosa diresti a quella Annalisa spaventata?
Quando il radiologo dell’Ospedale di Vizzolo – bravissimo – ha individuato l’intruso che eco e mammografia non avevano visto, mi è crollato il mondo addosso. Non respiri, il cuore batte all’impazzata. Mia mamma è morta di tumore al seno e mio fratello di tumore al cervello non ancora trentenne: ho pensato di essere al capolinea. Oggi mi incoraggerei. All’epoca mi hanno aiutato molto le parole di un’oncologa: “Via quella faccia triste, dal tumore al seno se ne esce”.
E cosa diresti a una donna che sta iniziando questo percorso?
Le direi di non sentirsi sola, di avere paura perché è normale, ma di affidarsi. Le direi di scegliere medici e struttura più adatti a lei, e di fidarsi. Le direi di guardare alle terapie come a una parentesi: si apre, è dura, ma poi si chiude. La vita non finisce lì. E poi le direi di venire a trovarci all’Idroscalo. Sulla nostra barca c’è posto per tutte. Venite a provare, perché pagaiando il male scivola via.

Dopo 42 anni di scuola, al pensiero di andare in pensione ero molto spaventata: lasciavo una professione che ho amato tanto e che mi ha appassionata fin da bambina. Adesso posso dire che il lavoro mi manca, ma allo stesso tempo sono serena. Posso dedicare più tempo alla mia famiglia e alla mia nipotina, e posso dedicarmi alle mie attività: lo sport, l’associazione delle Pink Amazons, il teatro, il cinema, le mostre. Posso finalmente usare il mio tempo come meglio desidero.
Quando me lo proposero nel 2016 ero appena uscita dalle terapie, portavo la parrucca ed ero scettica. Poi ho accettato di mettermi in gioco nel 2017, ho posato con i miei veri capelli che erano ricresciuti. Grazie alla delicatezza della fotografa Silvia Amodio e all’uso di un velo, ho giocato sul set con le altre per raccontare il prima, il durante e il dopo della malattia. La mostra è andata a Ibiza, al Castello Sforzesco e in giro per l’Italia. Ero consapevole che quegli scatti avrebbero aiutato donne (e uomini, perché anche loro possono incappare nel tumore alla mammella) a capire l’importanza della prevenzione. Da poco abbiamo fatto un altro shooting, ma per ora è top secret.

