Greta Cecchetti, la regina del softball
Si racconta tra la storica qualificazione olimpica con la Nazionale e il nuovo ruolo da allenatrice.

Una carriera tra sogni ed emozioni fino alle Olimpiadi. E oltre…
In Italia, se dici Greta Cecchetti, dici softball. Un po’ come Roberto Baggio significa calcio o Dino Meneghin significa Basket. O per stare su esempi più attuali e femminili, Nadia Battoccletti significa Atletica e Federica Pellegrini nuoto.
Sono di fronte alla lanciatrice italiana più forte di softball di sempre, forse, e quando glielo dico guardandola negli occhi vedo in lei un misto di orgoglio e timidezza, che mi parlano di una persona consapevole del suo valore ma che non vuole gonfiarsi troppo il petto per questo, perché di strada, ora che ha scelto di passare al ruolo di allenatrice, ce n’è ancora tanta da fare. Ma ciò che ha fatto questa ragazza di 37 anni, regina del monte di lancio italiano per più di 20 anni (quando glielo dico scopro che nel softball non c’è il monte di lancio ma un cerchio allo stesso livello del resto del campo…) è notevole e innegabile come racconta il suo palmares di successi. Ed è così che raccolgo la sua storia, i suoi racconti, i suoi aneddoti. Fino ad arrivare a quello che ritengo il racconto più importante, quello che ha segnato non solo la sua pelle, ma anche la sua anima e quella dei tantissimi appassionati di questo sport meraviglioso. Le Olimpiadi, che tu abbia già vinto tutto o sia una giovane donna piena di promesse e desideri, restano uno dei sogni più grandi per ogni atleta, una sorta di mito da raggiungere, da vivere. Se poi il tuo sport, il softball, viene inserito nella lista degli sport olimpici dopo tanti anni di assenza, l’aspettativa cresce a dismisura, come se tutte le giocatrici che negli ultimi anni non hanno nemmeno potuto sognare di esserci ripongano nelle tue mani il loro stesso sogno, le speranze di una vita da sportive. E se addirittura il comitato olimpico decide già che alle successive olimpiadi questo stesso sport non ci sarà più, la pressione diventa palpabile, concreta, come una sorta di ultima spiaggia per te, le tue compagne e tutto il movimento, che riempie il cuore di gioia e desiderio ma fa sentire brividi di paura lungo tutta la schiena. C’è un solo posto per questa olimpiade. E la sorte vuole che le due squadre che da decenni dominano la scena europea non si trovino di fronte nella finale del torneo di qualificazione, ma in semifinale. Ma forse, aspettando di scoprire chi tra Italia e Olanda affronterà in finale la Gran Bretagna, sembra chiaro che questa sia una sorta di finale anticipata. Greta Cecchetti, lanciatrice simbolo di questa nazionale da quasi vent’anni, vuole mettere la sua firma su questa qualificazione tanto sognata: il softball è uno sport di squadra, in cui un’azione difensiva ben concertata può essere simile alla melodia suonata da un’orchestra filarmonica, ma non si può negare che nelle mani di chi lancia c’è la possibilità di far finire il concerto ancor prima che il direttore d’orchestra alzi la sua bacchetta. Questo Greta, atleta straordinaria ma anche donna che non ama stare troppo sopra le righe, lo sa bene. Lo sente. E sente il peso di ognuna di quelle palle ancor prima che arrivino nelle sue mani. È abituata a questo peso, ma sa che questa volta c’è in gioco qualcosa in più, qualcosa di nuovo e forse irripetibile, per lei e per le sue compagne.
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Ma Greta è il tipo di giocatrice che sa sempre dove trovare le risorse per gestire i momenti difficili o tutti quegli attimi che rendono decisiva una palla rispetto ad un’altra. Quel giorno Greta gioca male. O quantomeno, non all’altezza delle sue capacità. Forse la tensione, forse semplicemente non puoi essere al top in tutte le partite di una stagione sempre così lunga e piena. Sta di fatto che il coach, Enrico Obleter, la toglie al secondo inning per lasciare spazio a Ilaria Cacciamani, la sua erede designata da parecchi anni. Greta in quel momento vede negli occhi del coach solo fiducia: non ci sono rimproveri o delusione o pessimismo per il match, si vede che lui ci crede con tutto sé stesso, in quella qualificazione che magari da fuori sembra una montagna insormontabile. Quando cammina in panchina verso il suo posto guarda negli occhi alcune delle sue compagne: Giulia, Erika, Emily, Marta, Andrea, Amanda… hanno tutte lo stesso sguardo. Sembrano tutte dire: “questa la vinciamo”! Se al primo inning prendi subito 4 punti con una singola giocata e al secondo inning li recuperi tutti, senti che qualcosa di più grande di te ti sta spingendo verso quel sogno. Se quando esci dal campo per una prestazione poco qualitativa e sul tuo viso ci sono solo un sorriso fiducioso e la convinzione di vincere, non può che essere una giornata speciale, una di quelle in cui anche ciò che sembra andare storto in realtà andrà per il meglio. Greta racconta quei momenti in modo confuso, tipico di chi ha vissuto in prima persona ogni secondo di quella sfida attraverso le emozioni, e non attraverso i tipici dettagli di chi da fuori vuole sapere come sta andando. Le emozioni. Quelle sì, che le ricorda bene. Passione, sicurezza, paura, sfrontatezza, gioia. Gioia quella vera, quella incontenibile, quella che ti ubriaca da quanto sei felice. La partita finisce 7 a 4 per le azzurre, che poi stravincono la sfida finale con la Gran Bretagna per 5 a 0, con Greta che chiude la finale con 13 strikeout e una prestazione magistrale. Quello sguardo resta nei loro occhi anche per tutta la partita finale. Quella vittoria profuma di storia. L’urlo di gioia di chi solo poche settimane prima aveva conquistato il titolo europeo lo può testimoniare. Le olimpiadi. Un sogno di ogni bambino che fa sport. Quel giorno, proprio in quel giorno in cui Greta resta in campo così poco, è quell’attimo vincente in cui quel sogno diventa realtà.
Andrea Energy Zavaglia
