AI detector infallibile?
Sanremo limita l'IA per tutelare l'emozione umana. La tecnologia deve affiancare, non sostituire, l'esperienza reale dell'artista.

Come cambia l’industria musicale nel momento in cui non è più soltanto la creatività umana ad avere la facoltà di creare? Ma soprattutto, saremo ancora capaci di comporre un brano che, prima di diventare una hit, abbiamo già vissuto nel cuore?

Era il 2007 quando Amy Winehouse raccontava per Rolling Stone, la più celebre tra le riviste di settore nell’ambito dello spettacolo, il modo naturale con cui aveva scritto i pezzi dell’album Back to Black. Il suo successo per antonomasia. Diceva che il dolore provocato dall’intensa relazione con Blake Fielder l’aveva portata a comporre canzoni che “sembravano nascere da sole”. La sua musica veniva apprezzata proprio per il modo diretto, incisivo e sensibile con cui raccontava la sua realtà. Una verità che non sentiva il bisogno di un intervento esterno, di una macchina artificiale che ne modificasse suoni, voce e arrangiamento. Erano ancora gli anni in cui l’industria musicale non sapeva che sarebbe andata incontro a sistemi di intelligenza artificiale che in pochi minuti generano melodie e testi. Il merito era dato esclusivamente dalla creatività umana. E se nei primi anni 2000 si leggeva di artisti che spremevano l’anima nelle loro canzoni, oggi invece ci si interroga su come conservare un’autenticità che rischia di essere spazzata via da prompt e algoritmi. Ma questa domanda non riguarda più soltanto il futuro. È già entrata nel presente dell’industria discografica, fino ad arrivare sul palco più importante della canzone italiana: Sanremo.
Nel regolamento pubblicato dalla Rai lo scorso 21 settembre, quest’anno è comparso un intero paragrafo dedicato all’uso dell’intelligenza artificiale. In uno dei passaggi viene citato esplicitamente: “Non è consentito l’utilizzo di sistemi di Intelligenza Artificiale quando questo comporti la sostituzione o l’alterazione del contributo creativo degli autori e degli artisti”. In altre parole, i 24 brani in gara non potranno usufruire di strumenti o di sistemi di intelligenza artificiale nell’ideazione, nella composizione della musica e dei testi qualora questa vada ad alterarne o a snaturarne il contributo umano. Una posizione che non vieta interamente l’uso di qualsiasi tecnologia basata sull’IA, ma che si preoccupa di tutelare perlopiù quello che permetteva ad Amy Winehouse di far fluire la sua arte da sé.
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“Andare alla fonte è complesso”, ha dichiarato Stefano De Martino, il nuovo direttore artistico, spiegando che ci sarà una prima scrematura dei brani durante la selezione, in cui l’utilizzo di mezzi tecnologici del suono aiuterà a verificare l’originalità dei brani. Ma per quelli ibridi la sfida è complicata: un artista potrebbe utilizzare in parte l’IA, modificarne successivamente il risultato, registrare la sua voce e ricostruire alla fine l’arrangiamento. Il festival di Sanremo, quindi, non promette un “AI detector infallibile”, ma ci apre le porte ad una riflessione profonda: se il festival della canzone più atteso dell’anno sente la necessità di proteggere la creatività umana, che cosa stiamo cercando di tutelare esattamente?
Ed è qui che torna l’immagine dei cantautori di ieri. Una Amy Winehouse con il bisogno incombente di riversare in versi i suoi sentimenti. Le sue aspirazioni. Di prendere la chitarra in mano, in fretta, per dare voce ad una melodia nuova, che senza forma immediata rischia di disperdersi tra le idee. Oggi abbiamo a disposizione strumenti capaci di intervenire nella scrittura, nella composizione e nella produzione musicale di un brano, ma se una macchina può contribuire alla costruzione di una canzone, dove rimane quella parte della musica che nasce dall’esperienza personale dell’artista? Che l’intervento dell’intelligenza artificiale stia modificando l’industria musicale ormai è chiaro a tutti noi. Quello che però ci stiamo dimenticando è che dietro la realizzazione di qualsiasi opera d’arte si nasconde un elemento profondamente umano: la capacità di trasformare un’emozione vissuta in una forma di espressione. L’unica caratteristica che, almeno per ora, nessuna macchina è in grado di strapparci via. Forse è proprio questo che il nuovo regolamento di Sanremo sta cercando di insegnarci. La risposta non sembra trovarsi negli estremi: né nel demonizzare l’uso dell’IA, né nell’idea di affidarle completamente il processo creativo. La vera sfida è imparare ad utilizzarla come uno strumento in grado di affiancarci e migliorarci.Senza permetterle di sostituire ciò che rende un’opera umana. D’altronde, la stessa Winehouse modificava e perfezionava la sua musica in studio. Quello che oggi sta cambiando davvero riguarda la modalità nella quale questa viene elaborata. I software di produzione musicale permettono all’uomo di creare arrangiamenti di singoli strumenti con un sistema manuale. L’introduzione dei sistemi di intelligenza artificiale, se utilizzati con cognizione di causa, non fa altro che rielaborare l’input, riducendo i tempi di produzione e perfezionandone il risultato. Il punto, allora, non sta nello scegliere tra musica fatta dall’uomo e musica fatta dall’intelligenza artificiale. La moderazione e la formazione sono la chiave per costruire un futuro in cui, anche se una macchina è in grado di aiutarci nel costruire una canzone, resterà necessario avere qualcosa da vivere prima di scriverla.
