Salute mentale a Milano: solo 1 italiano su 4 è educato alle emozioni, gli uomini i più restii a chiedere aiuto
Presentato a Milano il MINDex 2026: gli italiani faticano a gestire le emozioni. Gli uomini sono i più sicuri ma i meno propensi a chiedere aiuto psicologico
In occasione del mese della Consapevolezza sulla Salute Mentale, Milano diventa il centro di una riflessione profonda sullo stato dell’alfabetizzazione emotiva in Italia. I dati del MINDex 2026, il barometro realizzato da Unobravo in collaborazione con Ipsos Doxa, rivelano uno scenario complesso: solo un italiano su quattro ha ricevuto un’educazione alle emozioni, un vuoto formativo che condiziona pesantemente le relazioni e il benessere psicologico degli adulti.
Il paradosso maschile: sicurezza apparente e fragilità gestionale
Dallo studio emerge un dato particolarmente significativo riguardante l’universo maschile. Se da un lato il 40% degli uomini si percepisce come “molto consapevole” della propria emotività, solo il 15% dichiara di essere realmente in grado di gestire i propri stati emotivi. Esiste quindi un divario tra la percezione di sé e la capacità pratica di non farsi travolgere dall’impulsività.
Nonostante oltre il 60% degli uomini dichiari di aver ricevuto supporto emotivo in famiglia (contro il 44% delle donne), la resistenza a chiedere aiuto professionale resta altissima: solo un uomo su tre si rivolgerebbe a uno psicologo senza esitazioni. Nel 2025, i pazienti uomini sono stati solo il 38% del totale, un dato che ha spinto Unobravo a lanciare la campagna provocatoria “Unobravo for Men”, volta a scardinare il tabù della vulnerabilità maschile.
Gen Z tra impulsività e sentimenti inespressi
Anche per i più giovani la strada è in salita. Tra i 18 e i 29 anni, gli uomini dichiarano una maggiore comprensione del proprio mondo interiore rispetto alle coetanee (40% contro 25%), ma solo uno su dieci afferma di riuscire a riflettere prima di reagire. Curiosamente, per i giovani uomini il sentimento più difficile da esprimere è la felicità, mentre per le donne della stessa generazione la difficoltà maggiore riguarda la manifestazione di tristezza e rabbia.
«L’alfabetizzazione emotiva è la base per stare in contatto con ciò che si prova senza esserne sopraffatti», spiega Corena Pezzella, psicoterapeuta di Unobravo. In una società dove la vulnerabilità è spesso vissuta come un segno di debolezza, il rischio è alimentare un isolamento emotivo che impedisce una crescita equilibrata.
Oltre il “non piangere”: la sfida dei nuovi genitori
Il passato pesa ancora molto: solo il 20% degli italiani ha avuto genitori capaci di dare un nome alle emozioni. Le donne della generazione Baby Boomer sono state le più colpite dalla cultura del silenzio, mentre i giovani della Gen Z mostrano segnali di miglioramento (il 26% ha ricevuto supporto emotivo dai genitori). Oggi, un genitore su due dichiara di voler adottare un approccio opposto a quello ricevuto, mettendo la salute mentale al centro dell’educazione dei figli.
Sebbene il 75% degli italiani consideri lo stigma sociale ancora un freno alla terapia, oltre la metà del campione percepisce un cambiamento positivo. Il supporto psicologico è ormai visto come uno strumento di benessere essenziale dal 52% della popolazione, con un picco del 70% tra le giovani donne.
