Dietro la porta discreta di uno studio privato in zona Lambrate, a Milano, c’è un mondo dove arte e vita si intrecciano in ogni tratto. È lo spazio di Gilberta Vita, tatuatrice e artista, che ha fatto della pelle umana la sua tela più viva. Un atelier dove si conversa, si beve il caffè, si condividono emozioni e dove ogni tatuaggio diventa un’opera unica, costruita insieme.
Com’è iniziato il tuo percorso nel mondo del tatuaggio?
Ho iniziato a tatuare circa 13 anni fa, ma vivo di arte da sempre. Ho studiato, dipinto, scolpito, progettato complementi d’arredo, persino disegnato biancheria intima. Lavoravo con Armani, ma dopo un po’ cresceva in me l’esigenza di cambiare. In uno di quei momenti di ricerca ho sentito il desiderio di tatuare. Ero affascinata dal tatuaggio e dall’arteterapia, poi ho capito che in fondo sono due facce della stessa medaglia. Ho iniziato con umiltà, studiando, esercitandomi sulla cotenna di maiale prima e poi ho iniziato a tatuare amici fidati, imparando piano piano, sempre con grande rispetto per il corpo altrui. Quando ho capito che potevo usare la macchinetta come un pennello, tutto ha preso senso.
Come definiresti il tuo stile e da dove arrivano le tue ispirazioni?
Quando ho iniziato a tatuare fiori eravamo pochissime, in tutta Europa. Il mio stile nasce dal contatto con la natura: piante, foglie, elementi organici. Mi piace che il disegno si muova con il corpo, che segua le sue linee e le sue curve. Uso i colori, il nero come ombra, per dare profondità. È un dialogo continuo tra pelle e segno.
Che tipo di relazione si crea con chi si affida alle tue mani?
È una relazione profondamente umana. Io non preparo mai progetti in anticipo: chi arriva da me sa solo quanto tempo ci vorrà e quanto costerà, ma non conosce il disegno finale. Ci incontriamo, parliamo, prendiamo un caffè. In quel mentre osservo il modo di muoversi. Poi inizio a disegnare direttamente sulla pelle, solo free hand (che vuole dire “a mano libera”), non uso mai stencil, disegno sempre direttamente sul corpo. Se non piace, ricomincio. È un lavoro a 4 mani, un dialogo silenzioso tra fiducia e intuizione.
Lasciare un segno indelebile sulla pelle degli altri è una grande responsabilità. Cosa significa per te?
È enorme. Chi mi sceglie ha diritto al massimo da me. Io non disegno mai fiori su tela, solo su persone, perché la pelle è viva, ha una storia, un limite che diventa espressione. Quando tatui qualcuno, lasci qualcosa che rimane per sempre: è un atto di fiducia reciproca e di gratitudine. Hai tatuato anche Ilaria Santambrogio, una delle nostre intervistate.
Com’è nata la vostra collaborazione?
È stato un incontro intenso, pieno di significato. Ilaria è arrivata in studio per un tatuaggio sulla testa, un momento delicato e potente del suo percorso personale. Io amo lavorare sui corpi nella loro totalità, forse perché provengo dalla scultura e ho sempre avuto un legame profondo con la forma femminile. Con lei si è creata subito una connessione autentica: i primi fiori di cui abbiamo parlato erano, per combinazione, quelli che la sua famiglia coltivava in serra, un omaggio involontario alla sua storia e alle sue radici. La scelta pero è andata sull’elleboro, simbolo di forza e rinascita, è stato il punto di partenza, poi il progetto è cresciuto insieme a lei. Durante il lavoro abbiamo condiviso silenzi, sorrisi, qualche paura — ma anche tanta emozione. È stato un tatuaggio che andava oltre la pelle: un segno che racconta coraggio, trasformazione e bellezza.
Hai mai sentito il peso di essere una donna in un mondo tradizionalmente maschile come quello del tatuaggio?
Assolutamente sì. Vivo nell’arte da sempre, ed è un ambiente profondamente maschile. Ho capito che impegnarsi per mostrare un diverso tipo di tatuatrice non era un capriccio, ma una necessità. Io lavoro in modo diverso e sicuramente non sono il classico stereotipo della tatuatrice: e si sa, la diversità fa sempre un po’ effetto, anche in questo settore. Il riscontro però arriva da tutto il mondo, perché per farsi tatuare da me, affrontano viaggi intercontinentali e la lista d’attesa arriva all’anno e mezzo.
Che consiglio daresti a una donna che sogna di diventare tatuatrice?
Di studiare, soprattutto anatomia. Le persone non sono tele: hanno muscoli, movimenti, limiti. E di non imitare nessuno. È importante essere mentalmente indipendenti, non per forza titolari di uno studio, anzi, ma capaci di trovare una propria guida e poi la propria voce. Anche se non è “commerciale”, è meglio essere autentiche che ripetere il lavoro degli altri.







