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Matteotti. Dieci vite di Vittorio Zincone

La recensione del libro “Matteotti. Dieci vite" di Vittorio Zincone

7 Agosto 2024
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di Paolo Rausa

Matteotti Dieci vite“Una storia grande di lotta e di libertà”, scrive Vittorio Zincone sulla dedica al mio libro acquistato il 17 giugno ai Bagni misteriosi, presso il Teatro Franco Parenti di Milano. Accanto all’autore si era cimentato Mario Calabresi che lo punzecchiava per far rivelare al pubblico convenuto la vicenda coinvolgente e drammatica del politico socialista Giacomo Matteotti, nato a Fratta Polesine (Ro) il 22 maggio 1885. Vittorio Zincone non se la teneva e a sua volta lasciava libero campo al suo compagno perché tracciasse un parallelo fra i tempi di Matteotti e i nostri. Sfuggiva il senso di quel riformista. Che cosa voleva dire nei tempi bui del fascismo e cosa resta dell’uomo e delle sue convinzioni oggi del campo riformista, sconfitto alle recenti elezioni europee? Si scopre così che della vita eroica e intransigente di Matteotti non è rimasto molto nella storia politica italiana. Eppure forse mai il Parlamento italiano ha visto così infiammarsi lo spirito critico di un parlamentare come nel caso di questo socialista che ha fatto della politica una missione non per conto di Dio ma delle masse popolari contadine del rodigino. Per quanto di classe elevata benestante tanto da essere denominato il “socialista impellicciato” per offesa ma anche per depotenziare la sua critica sempre puntuale e precisa, Matteotti ha visto nello studio e nell’impegno la possibilità di dedicare le sue conoscenze e le sue capacità al progresso culturale, civile e sociale delle masse diseredate. Sostenendolo dapprima attraverso il finanziamento delle scuole, e poi con l’istituzione delle biblioteche e dei teatri per educare alla bellezza le forze popolari. Il potenziamento di questi settori è stata una costante della politica di Matteotti, passato in breve tempo dal ruolo di consigliere comunale a Fratta Polesine e nei comuni vicini, poi di sindaco, di consigliere provinciale a Rovigo e infine di deputato raccogliendo il consenso dei suoi concittadini, allora spossati dalla precedente guerra sugli altopiani contro gli austriaci. E poi i conti erano la sua passione. Aveva un senso innato per la correttezza che trasferiva nella compilazione dei bilanci, documentandosi sempre puntigliosamente quando contestava prima al consiglio provinciale poi al Governo Giolitti e infine a Mussolini stesso, arrivando a dichiarare alla stampa estera che il bilancio di previsione del primo governo fascista fosse falso, perché non era vero che andava a pareggio ma aveva un forte deficit. Una opposizione mai ideologica ma basata sulle cifre e sulla denuncia delle scelte economiche incompetenti e pericolose per i conti dello Stato. Così aveva contestato l’idea e i propositi di partecipare come belligeranti alla guerra perché i proletari dalle guerre non avrebbero mai tratto beneficio se non rovina e morte. Si oppose quindi con tutte le sue forze contro la partecipazione alla 1^ guerra mondiale e pur essendo esonerato per ragioni fisiche fu arruolato e spedito a servire la patria in Sicilia, lontano dalle operazioni militari. Per noi la patria non è una, proclamava, ma sono tante come lo sono quelle occupate in Tripolitania e Cirenaica dalla politica coloniale ed espansionistica italiana. Così contestava anche le conclusioni della guerra e criticava le pesanti condizioni imposte alla Germania che, come ben vide, avrebbero esasperato gli animi dei tedeschi e innescato, come avvenne, altre tensioni terribili. Il suo riferimento costante era Velia, la sposa a cui inviava quotidianamente le riflessioni politiche e di ogni genere, dal mobilio alla conduzione della casa. Si interessava di tutto e cercava di colmare le sue assenze dal nido famigliare con una serie di consigli e di propositi realizzativi come se “avesse dieci vite”, lo rimproverava bonariamente Velia che allevava la sua prole di 3 figli. Matteotti era instancabile. Soffrì per la frattura con la componente estremista del partito che poi diede vita al PCdI al congresso di Livorno del 1921 e alla scelta di espulsione dei riformisti turatiani da parte dei massimalisti. Impegnò i migliori anni della sua breve ma intensa vita a cercare di ricomporre questa frattura per riunire i due partiti socialisti e di estendere una sorta di aggregazione che si allargasse sino a comprendere i popolari e gli intellettuali democratici e la borghesia illuminata per contrapporsi alle violenze del regime fascista che dimostrava tutta la sua arroganza nelle azioni contro le sedi del partito, del sindacato e contro gli stessi deputati socialisti. Lui stesso subì nel marzo 1921 un rapimento, venne picchiato caricato su un camion e abbandonato in campagna, si dice anche violentato fisicamente e moralmente. Sottoposto persino al “bando”, cioè gli fu impedito di tornare nel suo collegio a esercitare la sua funzione politica. Fu inflessibile e denunciò con foga il pericolo nero rappresentato dai fascisti che organizzati in bande commettevano alla luce del sole nefandezze di ogni genere senza che le forze dell’ordine e le istituzioni se ne preoccupassero, intorpidite e terrorizzate da un possibile esito sovietico degli scioperi che avevano caratterizzato il biennio rosso. Così gli industriali e gli agrari avevano armano la mano di queste bande che spudoratamente giunsero a porre fine alla sua vita. Era un pomeriggio assolato, alle 16,30 circa sul lungotevere Arnaldo da Brescia, in 6 ad attenderlo diretti dal pluriomicida Amerigo Dumini, capo operativo della cosiddetta Ceka fascista, cioè un gruppo armato di polizia politica clandestina. Lo rapiscono, lo malmenano e lo caricano in macchina, Matteotti fa resistenza e perciò lo finiscono con un colpo di lama al torace. Mussolini dapprima nega la responsabilità, poi in un discorso alla Camera il 30 dicembre 1924 dichiara che è lui il solo responsabile, sul piano politico, morale e storico di tutto quello che è successo, preparando la stretta antidemocratica che porterà allo scioglimento dei partiti politici e dei sindacati e all’arresto dei dissidenti. Inizia il corso della dittatura che tanti danni arrecherà all’Italia, ampiamente previsti e denunciati pubblicamente alla Camera dei deputati da Giacomo Matteotti che si è immolato non per un senso eroico ma come dovere per salvare l’Italia, forse non inutilmente se si dovesse seguire il suo esempio. Vittorio Zincone, giornalista e autore di trasmissioni di successo, ha raccontato la sua vita in forma di cronaca passo passo con la correttezza e la precisione in qualche modo mutuate da Matteotti stesso, con rigore ed emozione nel vedere l’Italia novecentesca privata di uno dei suoi figli migliori, mosso da tanta passione e determinazione nel perseguire il bene pubblico. Non merita forse la giusta considerazione del popolo italiano che tanto ha amato? Neri Pozza Editore, Vicenza, 2024, pp. 332, € 20,00.

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