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​Dacci oggi il nostro pane quotidiano

17 Giugno 2022
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di

Giovanni Armando Costa

In fila indiana, silenziosamente, avanza lentamente e con passo intermittente la lunga colonna di uomini, donne e bambini; c’è chi spinge un passeggino, chi tira un carrellino, chi consola un bambino. Centinaia di esseri umani, italiani e stranieri, accomunati dalla povertà, con lo zaino in spalla o la borsa in mano, si dirigono verso il civico 28 di viale Toscana a Milano, dove i volontari del Pane Quotidiano, da lunedì a sabato, distribuiscono gratuitamente generi alimentari ai bisognosi.

Osservando queste persone con attenzione, sui loro visi, nei loro vestiti, tra i loro idiomi ci ritrovi il mondo intero: italiani, arabi, profughi dell’est, africani, migranti e zingari, sudamericani e asiatici. Lavoratori precari, giovani disoccupati, anziani pensionati, casalinghe e clandestini, sofferenti e nullatenenti. Tutti in coda per accaparrare il cibo necessario alla sopravvivenza, da consumare subito o da portare a casa per sfamare anche i congiunti.

Un popolo variegato generalmente diffidente e taciturno composto da individui con una storia, disposti a condividerla solo con chi presta loro orecchio.

Come Maria, ucraina, in Italia da 17 anni, senza un lavoro fisso, divorziata e con un figlio da mantenere al liceo. La sua laurea non è riconosciuta dalla Repubblica Italiana e frequenta la scuola serale per acquisire il diploma di terza media; per campare condivide le spese dell’affitto con l’anziana madre che lavora come badante. Si muove in bicicletta e ha gambe forti. Si rifornisce di viveri da Pane Quotidiano, a volte nella sede di viale Toscana, altre volte in quella di viale Monza, quando è possibile in entrambe le sedi.

Anche Giuseppe arriva in bicicletta quando la temperatura è mite. È pensionato, pugliese di origine ma la sua vita l’ha consumata a Milano. Parla del mare, di Ostuni ed Alberobello, di Polignano a Mare. Ha superato gli 80 anni e vive da solo; a chi lo invita a passare avanti nella fila risponde che ha tempo da perdere, che preferisce stare in piedi all’aperto ed in mezzo alla gente invece che tornare a casa per stare seduto sul divano. Accanto a lui c’è Antonietta, sua coetanea, milanese purosangue e storica frequentatrice di Pane Quotidiano. Lo aspetta sul viale per fare insieme la fila e racconta di quando, prima della pandemia, era più conveniente mettersi in coda perché c’era meno gente e si riceveva un pacco viveri abbondante.

Alberto invece per inottemperanza all’obbligo vaccinale, in piena età lavorativa ed in perfetta salute è stato sospeso dal lavoro senza stipendio. Vive di risparmi e con i viveri che riceve gratuitamente dai volontari riesce a contenere la spesa per l’alimentazione della famiglia.

Di fianco alla colonna di gente in attesa si osserva un andirivieni di donne col velo in testa. Trascinano carrelli portaspesa, discutono tra loro animatamente, trasportano borse gonfie di viveri, contrattano e barattano o vendono mortadelle e prosciutti. Per motivi religiosi non mangiano carne di maiale e vendere o scambiare i prodotti rappresenta per loro l’unico modo per assicurarsi qualcosa di utile da portare a casa.

Lungo il marciapiede fiorisce un mercato clandestino e sembra di stare in un souk. Una coppia di zingari estrae da ampi portapacchi posticci, legati alla meno peggio su biciclette arrugginite, la merce da esporre in strada: scarpe e borse usate, pentole e giocattoli che i bisognosi acquistano per pochi spiccioli.

Una donna araba col grosso deretano appoggiato ad una automobile in sosta cerca di smerciare pizze surgelate. Con lei c’è un ragazzino di quinta elementare con berretto e mascherina che si lamenta annoiato. Altri tranci di pizza si trovano buttati negli angoli dei marciapiedi o nella siepe del vicino complesso universitario, insieme a semifreddi e budini, cartacce e spazzatura varia. Alcuni cibi sono immangiabili per chi non ha una casa e non dispone di cucina o forno per scaldare gli alimenti e se ne libera subito regalandoli o lasciandoli per strada. Gli affamati consumano immediatamente alcuni alimenti come focacce o banane e si disfano dell’involucro unto o delle bucce abbandonandole in giro. Il numero dei contenitori comunali per i rifiuti risultano insufficienti a contenere gli scarti delle centinaia di persone che giornalmente transitano sul viale, ma alcuni volontari, riconoscibili dagli indumenti arancione con il logo del Pane Quotidiano, dotati di scopa e paletta ripuliscono regolarmente la strada.

La colonna che avanza incontra Theodor, un nero della Costa d’Avorio. Gli alimenti che cerca di vendere non provengono da Pane Quotidiano, sono etichettati e prezzati. Riportano in maniera inequivocabile la denominazione della catena di supermercati che li ha confezionati. Invitanti vassoi di sushi, brik di latte fresco e formaggi sono esposti sul marciapiede. Si comprano a meno di un terzo del valore imposto in etichetta. Alcuni prodotti sono scaduti di validità il giorno appena passato, altri scadono oggi. I clienti ci sono e la roba va a ruba. Mi avvicino e chiedo a Theodor informazioni che non esita a fornirmi. Mi spiega che i supermercati si disfano della roba in scadenza eliminandola dopo la chiusura del negozio. Basta sapere dove si trovano i loro depositi rifiuti ed a che ora si può accedere. Arrivando prima del camion della spazzatura, nelle prime ore del mattino, quando la gente dorme ancora, si può riempire un borsone di alimenti a costo zero. Però c’è molta concorrenza e chi arriva tardi torna a casa a mani vuote.

Mentre un signore spettinato, con le mani sporche e gli indumenti luridi scava nel contenitore dei rifiuti posto sulla via, recupera alimenti abbandonati e li infila dentro lo zaino, la calma apparente degli improvvisati mercanti diventa agitazione; freneticamente ritirano la mercanzia e si dileguano. Una pattuglia della Polizia Locale è arrivata a sgomberare il mercato abusivo. Gli agenti si muovono lentamente e si capisce che la loro presenza è un deterrente, ma il mercatino abusivo inevitabilmente proseguirà non appena i tutori dell’ordine si saranno allontanati.

La fila avanza e la meta è oramai prossima. S’intravede il cancello d’ingresso e l’ampio cortile con i carrelli pieni di cibo pronto per essere distribuito. Sopra la porta della sede si legge il motto della Onlus: “Sorella, fratello, nessuno qui ti domanderà chi sei, né perché hai bisogno, ne quali sono le tue opinioni”. I volontari, dietro un grosso tavolo, ricevono i bisognosi e consegnano il cibo mentre un altro volontario sul marciapiede, indirizza le persone in attesa; blocca la colonna per evitare assembramenti e fa avanzare quando si libera una delle postazioni. Tutti ricevono un sacchetto chiuso del quale si ignora il contenuto fino alla sua apertura e in più il pane, un casco di banane, una confezione di cioccolatini.

Il ritiro del dono rappresenta un momento di liberazione. Qualcuno ha aspettato 40 minuti, altri più furbi hanno saltato la fila, ma sul viso di tutti c’è soddisfazione, felicità e gratitudine. “Finalmente si mangia” esclama chi mi precede.

Il volontario che mi consegna il cibo afferma che sono il millesimo beneficiario della giornata. Lo ringrazio e saluto cordialmente.

Curiosi come i bambini molti verificano subito il contenuto del sacchetto ed estraggono caramelle, yogurt, riso, merendine e cioccolatini ed inizia l’allegro gioco del baratto. Alcuni direttamente sul marciapiede in prossimità di Pane Quotidiano, altri preferiscono un luogo più tranquillo come il vicino parco Ravizza ed io li seguo.

Su di una comoda panchina, in piedi sotto un albero o sdraiati sull’erba, molti aprono il sacchetto e cominciano a commentare i prodotti, i più affamati iniziano a mangiare felici e contenti.

Seguendo l’esempio dei veterani, apro anche io il sacchetto ed avverto subito il profumo di prodotti da forno. Estraggo una focaccia con sopra i pomodorini, non resisto e l’addento osservando la signora filippina che mi siede vicino e sorride sbirciando nel suo sacchetto. Mentre la mangio con gusto si avvicinano dei colombi. Hanno fame e cercano cibo. Sbriciolo pezzi di focaccia e li distribuisco gratuitamente ai volatili pensando che anche loro sono creature di Dio e che c’è più soddisfazione a mangiare in compagnia.

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